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Curiosità
DAI RICORDI DI TULLIO
FABBRI: L'incontro è
del tutto casuale, nello spiazzo antistante la chiesa di Pantano. Il personaggio
appare subito interessante con il suo aspetto di solida antica quercia e con un
prezioso bagaglio di ricordi accumulati in tanti anni vissuti in questo
territorio, testimone di avvenimenti importanti e di episodi di vita quotidiana
che la storia raramente registra. continua
IL DECALOGO DEL BOSCO: Nel 1877,
nel pieno della corsa al disboscamento della Val Grande piemontese (oggi
riserva naturale), la sezione Verbano del Club Alpino Italiano diffuse
questo "decalogo", dando prova di una coscienza ecologica che all'epoca era
ancora davvero poco diffusa. continua
LE CROCI DI MONTE TEZIO: Da
oltre un secolo, sul massiccio del Monte Tezio esistono tre croci che
sono punti di riferimento per la gente del posto e di tutti coloro che
amano la montagna. continua
L'OASI ALPINA DEL PRETE
ALBERGATORE:
"Se vuol fermarsi qui per stanotte, posso alloggiarla con un
certo comfort" - mi diceva il parroco
di Pieve,
su un viale di ghiaia
che muore dinanzi alla porta della canonica.
continua
IL MONTE TEZIO:Il
Monte Tezio
(961 m.),
fa parte di una serie
di rilievi calcarei disposti lungo l'asse Nord Ovest
- Sud
Est
che
inizia dal Monte Acuto
(926
m.) e prosegue con il Monte Civitelle
(634
m.)..
continua
LE NEVIERE DI MONTE
TEZIO: In un avvallamento
della superficie prativa
di Monte Tezio, a quota 917 s.1.m., sono ubicati
i resti di antiche neviere che, da circa un secolo in completo abbandono, si
presentano oggi allo stato di rudere.
continua
IL TERRAZZAMENTO
SITUATO PRESSO LA PARETE BELLUCCI SUL MONTE TEZIO:
Il sito è ubicato sul versante
sud-ovest del monte,
alla quota di circa 900 metri s.l.m. e presenta una planimetria pressoché
fusiforme della lunghezza di circa 100 m. e una larghezza di circa 40, con asse
maggiore orientato nord-ovest sud-est; il lato nord-est è limitato da un dirupo
alto circa 10 m. che protegge l'area del terrazzamento dai freddi venti
settentrionali.continua
IL BISCIARO:
Secondo la tradizione popolare, nel maniero venivano raccolti i bisci,
cioè i figli di continua
Alcune
curiosità da "PERUGIA DELLA BELL'EPOCA"
di Uguccione Ranieri di Sorbello continua

Dai ricordi di Tullio Fabbri
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L'incontro è del tutto casuale, nello spiazzo antistante la chiesa di
Pantano. Il personaggio appare subito interessante con il suo aspetto di
solida antica quercia e con un prezioso bagaglio di ricordi accumulati
in tanti anni vissuti in questo territorio, testimone di avvenimenti
importanti e di episodi di vita quotidiana che la storia raramente
registra.
La conversazione ha inizio in modo spontaneo, favorita dalla schietta
affabilità dell'interlocutore e dalla generosa disponibilità a
raccontare ciò che ricorda. Il suo nome è Tullio Fabbri e risiede a
Pantano, dove è nato più di ottanta anni fa e dove ha sempre vissuto. Lo
stimolo è grande e non sappiamo resistere alla tentazione di chiedergli
una vera e propria intervista, alla quale egli acconsente di buon grado.
Lo scopo è quello di non disperdere una delle ormai rare testimonianze
che ci consentono di mantenere uno stretto legame con il nostro passato.
Ecco i risultati:
Il primo ricordo riguarda la croce che fino a qualche decina di anni fa
era presente in cima alla parete rocciosa denominata "lo scoglio del
Pantano" sulle pendici nord del Monte Tezio. Tullio inizia il suo
racconto: “Era stata collocata 150 - 160 anni fà in memoria di un uomo
di nome Anselmo che arrampicatosi sugli scogli per raccogliere negli
anfratti il miele depositato dalle api selvatiche, scivolò e cadendo
perse la vita. Negli anni trenta, essendosi deteriorata, la croce fu
sostituita da mio zio Guerriero e li rimase fino agli anni cinquanta
quando è scomparsa definitivamente”.
I ricordi si accavallano ed ecco affiorarne un altro di grande
interesse: “In cima allo scoglio del Pantano c'è un piccolo pianoro, una
specie di terrazzo chiamato Piano dei corvi. Questi rapaci per alcuni
anni furono catturati per essere immessi nella grande voliera allora
esistente ai giardini del Pincetto di Perugia, uno dei luoghi all'epoca
più frequentati dai perugini. Lo zio Guerriero, sorretto da altri
uomini, si calava con delle corde per una ventina di metri lungo la
parete rocciosa, fino a raggiungere le piccole cavità dove i corvi
nidificavano, prelevando i piccoli ormai prossimi al volo. Questi
venivano poi consegnati alle guardie venatorie per la successiva
destinazione”.
Non può mancare il ricordo della festa dell'Ascensione che per anni ha
richiamato sulla cima del Monte Tezio tantissima gente da tutti i
versanti della montagna: “La ricorrenza religiosa si svolgeva al mattino
a Pieve Petroia dove il Pievano dell'epoca, Don Oreste, celebrava la
Messa; dopo la processione si saliva sul monte. Per anni, da ragazzo,
io, Fausto, Ginetto, suo fratello,Quintilio, Boila del piano e altri
amici, siamo andati su in cima per partecipare alla festa che si
svolgeva sui prati fra il Monte Tezio e il Tezino. Alcuni portavano gli
strumenti per suonare, perché si ballava anche; da La Bruna veniva
Staccini, che aveva un piccolo negozio di generi alimentari e portava
bibite e roba da mangiare. Naturalmente tutto veniva trasportato con i
muli perché non esistevano altri mezzi in grado di raggiungere quei
posti. Si radunava tanta gente, da Migiana, La Bruna, Antognolla, oltre
che da Pantano, Maestrello, Colle Umberto ecc. Si trascorreva la
giornata in allegria, qualche volta anche litigando. Poi questa
tradizione si è persa perché noi, i giovani di allora, ci siamo
invecchiati e le generazioni successive hanno avuto altri interessi ed
altre attrattive che non una festa in cima al monte da raggiungere a
piedi…. L'ultima volta che mi ricordo è stata nel 1946 o 47. In quella
occasione un gruppo di amici di Pantano: io, mio fratello, Peppino,
Gottardo, Benito, Milio Giovagnoni, salimmo in cima al monte una
settimana prima dell'Ascensione con la scorta di viveri e bevande e ci
trattenemmo fino al giorno della festa. Non avevamo le tende e per la
notte ci arrangiavamo con delle coperte dormendo sotto le stelle.
Ricordo che l'unico inconveniente erano i tanti fastidiosissimi ragni
che di notte ci facevano visita, ma per il resto si stava veramente
bene”.
Chiediamo a Tullio notizie sulla croce di ferro detta "della Pieve",
situata sulla sommità nord ovest del monte Tezio; ecco quanto ci
racconta: ""Mio zio Checco, che era nato nel 1872 ed è morto nel 1933,
diceva che quando era ancora un bambino quella croce era stata rifatta
in ferro, dopo la fine della guerra 1915 - 18, in sostituzione di quella
precedente, in legno, di dimensioni più ridotte. Il nome “della Pieve” è
derivato dal luogo dove fu costruita, appunto Pieve Petroia, ad opera
dello zio Checco, di Baiocco e di altri di cui non ricordo i nomi. Da
ragazzo, negli anni trenta, mi arrampicavo spesso su per il traliccio
che era ancora scoperto; il rivestimento esterno in lamiera fu
realizzato soltanto dopo l'ultima guerra mondiale"".
A questo punto, citato l'ultimo evento bellico, la memoria di Tullio
torna alla caduta dei due aerei militari sul Monte Tezio: uno americano
ed uno tedesco. “”il primo fu quello tedesco, un aereo da trasporto
caduto a pochi metri dalla croce della Pieve. Non si è mai saputo con
esattezza quante furono le vittime, anche perché il comando tedesco
inviò subito sul posto alcuni militari per il recupero delle salme.
Quello americano, invece, era un bombardiere di ritorno da una missione
sull'aereoporto di S. Egidio; cadde quasi sullo stesso punto del
precedente ed uno dei motori, staccatosi dal resto dell'aereo, ruzzolò
fino a Pieve Petroia, vicina alla casa di Ercolanelli. Un rappresentante
del comando italiano venne subito a cercare gente disposta ad andare a
recuperare i resti dei sei componenti l'equipaggio, dando istruzioni
perché fossero seppelliti sul posto. Insieme ad altri amici resisi
disponibili, portammo a termine questo pietoso incarico che in seguito
ci costò una denuncia al comando americano perché qualcuno ci aveva
accusato del tutto ingiustamente di esserci appropriati di alcuni
effetti personali dei soldati morti. Mio zio Mimmo fu arrestato e io,
Cosimino, Dolfino, Gino Pauselli, e Arcelli detto Buio, subimmo un
processo a Padule, da parte del tribunale militare americano. Le salme
furono riesumate e fu accertato che le accuse che ci erano state rivolte
erano del tutto false poiché nulla era stato sottratto ai componenti
l'equipaggio dell'aereo caduto. Così fummo assolti e addirittura il
presidente del tribunale , un colonnello americano, si alzò al termine
del processo ed andò a stringere la mano allo zio Mimmo, dicendogli di
essersi reso conto di avere a che fare con dei galantuomini””.
Stimolati dal grande interesse che suscitano i ricordi di Tullio
proviamo a chiedergli notizie sulla tomba etrusca detta “del faggeto”
Ecco cosa ci dice: "" A Pantano la famiglia Fabbri, miei antenati, aveva
una bottega da fabbro; fino dal 1822 cominciarono a fabbricare chiodi
per scarpe, le cosidette "bullette". Per questo ottennero un
riconoscimento ufficiale consistente in un diploma, un brevetto da
Cavaliere ed una medaglia d'oro. Per alimentare la forgia veniva usato
carbone ricavato da piante di Erica di cui era ricca la zona collinare
oltre il cimitero di Pantano, nei terreni di proprietà della famiglia
Calderoni. Un giorno, mentre stavano preparando la piazzola dove
accatastare i ceppi di legno da bruciare, improvvisamente si aprì una
voragine nel terreno e uno dei fratelli finì in fondo a quella che poi
risultò essere una tomba etrusca. Mio nonno Domenico uditi gli strilli
corse in aiuto del figlio che con grande spavento risalì in superficie.
Fu così che avvenne la scoperta della tomba che però era stata
sicuramente già visitata in tempi passati in quanto all'interno fu
trovata soltanto un'urna cineraria mancante del coperchio""
A questo punto chiediamo a Tullio di parlarci del Monte Acuto e della
chiesetta di Madonna della Costa. ""All'incirca nel 1954 crollò il tetto
di quella che era in passato costituiva un importante luogo di culto ed
un punto di riferimento per la fede popolare. L'immagine della Madonna
che era rimasta all'interno, fu successivamente recuperata per
iniziativa dell'allora parroco di Pantano, Don Giuseppe, e di un gruppo
di amici. In primo tempo fu portata nella chiesetta di S. Angelo, a Pian
di Nese, dove subì due tentativi di furto sventati grazie alle porte
blindate che io avevo installato. Allora fu deciso di portare l'immagine
nella casa parrocchiale di Don Giuseppe, a Pantano. A questo punto,
poiché i parroco di Montecorona ne aveva chiesto la restituzione, a
deciderne le sorti fu chiamata una apposita commissione nominata dalla
Curia perugina. Insieme a Don Giuseppe andammo a discutere la cosa in
vescovato, io, Vito ed altre persone; Fu deciso che l'immagine fosse
conservata presso la Curia, con l'intesa che ogni anno sarebbe stata
ricondotta nel giorno della festa, alla chiesetta di S. Angelo"".
Vorremmo continuare, ma ci accorgiamo che si è fatto tardi; sono
trascorse quasi due ore, piacevolissime, senza che ce ne rendessimo
conto. Il modo che ha Tullio di rievocare i suoi ricordi ci ha immerso
in un mondo ormai scomparso, quasi di fiaba, un mondo che racchiude le
nostre origini: le nostre radici.
Grazie Tullio per averci permesso di scrutare nel diario della tua vita,
arricchendo le nostre conoscenze e permettendoci di conservare e
tramandare alle prossime generazioni un così prezioso bagaglio di storia
di vita vissuta. PAOLO PASSERINI 13 maggio 2004
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Il
Decalogo del bosco
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Nel 1877, nel pieno
della corsa al disboscamento della Val Grande piemontese (oggi riserva
naturale), la sezione Verbano del Club Alpino Italiano diffuse questo
"decalogo", dando prova di una coscienza ecologica che all'epoca era
ancora davvero poco diffusa.
1) Devi credere che ogni pianta, ogni boschetto, ogni selva è un
mediatore fra il suolo e l'atmosfera, senza la cui influenza la terra
più fertile diventa un deserto. 2) Non pronunciare invano il nome del bosco.
3) Ricordati, uomo, che la selva ti somministra la massima parte dei
mezzi atti a sostenere la vita. 4) Onora il bosco e ogni pianta; cura e coltiva il bosco per i tuoi
figli se vuoi essere felice, tu e i tuoi nipoti sulla Terra. 5) Non uccidere un uccello o un animale che si ciba d'insetti del bosco.
6) Non macchiare il suolo vergine del bosco con specie non adatte.
7) Non rubare una sola pianta viva del bosco, né il fogliame, né la
resina, né rami verdi,né cortecce e altre cose. 8) Non dare testimonianza falsa a favore dei violatori delle leggi
forestali. 9) Non appropiarti dei prodotti del bosco del tuo vicino.
10) Tieni ben saldo in mente che Iddio ti ha dato la ragione perché tu
abbia del bosco quella medesima cura e previdenza che tu hai per la tua
salute.
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Le Croci di Monte Tezio
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Da
oltre un secolo, sul massiccio del monte Tezio esistono tre croci che
sono punti di riferimento per la gente del posto e di tutti coloro che
amano la montagna.
La Croce della Pieve fu collocata sulla sommità del monte, a quota
942 m.s.l. sul versante sud – ovest ed è alta m. 5,50 e larga m. 2,30.
E’ formata da una struttura di ferro scatolata da lamiera che,
purtroppo, con il passare dei decenni si è staccata e dispersa, a causa
del deterioramento provocato dagli agenti atmosferici. Ora è rimasto
solo il traliccio. Dalle informazioni in nostro possesso non si è potuto
stabilire con esattezza se era l’anno 1912 oppure 1913 in cui alcuni
fedeli del luogo proposero di sostituire la precedente croce di legno
(allora chiamata croce del Giglio perché segno di purezza), ormai
vecchia e logora, con un’altra più resistente. La nuova prese il nome di
croce della Pieve in quanto il luogo in cui si erge era compreso nel
territorio della parrocchia di Pieve Petroia, mentre la proprietà del
terreno apparteneva a Ferdinando Cesaroni dei Colle del Cardinale. Si
racconta che il giorno dell’inaugurazione parteciparono tante persone
appartenenti alle varie parrocchie del territorio e che il parroco di
Migiana di Monte Tezio, don Erminio Mignini, si arrampicò in cima alla
croce. Da allora, ogni anno, per il giorno dell’Ascensione si
organizzava una gran festa e celebrata una messa presso la croce. La
giornata iniziava con la processione che partiva da Pieve Petroia ed
arrivava sin lassù. Dicono le cronache che a questa manifestazione
partecipavano numerose famiglie, provenienti dalle zone circostanti
monte Tezio e portavano al seguito borse colme di cibo e tanto buon vino
da consumare durante la giornata. La festa fu sospesa durante la seconda
guerra mondiale e da allora non è stata più ripristinata. Chissà che non
sia arrivato il momento di riproporla?
La Croce di Fontenova che prende il nome appunto dal piccolo
agglomerato, fu costruita con legno di quercia appositamente lavorato e
collocata da un abitante del luogo nell’anno 1935. Si racconta che Disco
Michele, considerato dalla gente del posto uomo piuttosto originale, con
un carattere e modo di fare esclusivo, fece trainare i pezzi di legno
dai buoi lungo i sentieri impervi del Monte Tezino fino al luogo di
destinazione. Questo colono, forse devoto a Santa Eurosia, protettrice
delle messi e dei raccolti, al cui culto era dedicata una cappella
attigua al castello di Procoio, volle erigere la croce quasi alla
sommità del monte ed orientarla in direzione di Fontenuova, in
contrapposizione con quella già esistente di Migiana di Monte Tezio. Da
molti anni oramai la croce giaceva a terra, caduta probabilmente per il
deterioramento dovuto dal tempo e dagli agenti atmosferici e
l’Associazione Monti del Tezio, facendo proprio il desiderio espresso da
molti escursionisti e frequentatori del monte di ricollocare una nuova
croce in questo versante, si è fatta promotrice di un progetto di
ripristino in collaborazione con la Comunità Montana, la Sezione CAI di
Perugia ed il Gruppo Parrocchiale di Madonna Alta. Il 21 maggio 2000 è
stata installata una nuova croce di legno dalle stesse dimensioni della
precedente (larghezza m. 2,10 e altezza m. 4,10) dopo una suggestiva
processione in cima al monte, dove a spalla è stata trasportata fino al
luogo di destinazione. Lungo il tragitto i trasportatori di tanto in
tanto si alternavano nei turni e per espressa volontà di numerose donne
presenti, nell’ultimo tratto la croce veniva trasportata soltanto da
loro. Dopo la benedizione è seguita una messa durante la quale il coro
del C.A.I. di Perugia ha eseguito degli splendidi brani. Alla cerimonia
hanno partecipato anche alcuni figli, alcuni nipoti e soprattutto la
commossa vedova del colono Disco, signora Emilia, ultranovantenne;
inoltre erano presenti una rappresentanza del Corpo Forestale dello
Stato ed il Presidente dell’A.N.A. (Associazione Nazionale Alpini).
La Croce di Migiana è la più vecchia della zona di Migiana. Alcuni
ex abitanti del posto ci riferiscono che nei primi anni del 1900 la
croce era di legno e solo nel 1932 – 1933 è stata collocata una in
ferro. Su commissione di don Mignini Erminio, allora parroco della
parrocchia di Migiana di Monte Tezio, è stata preparata dal fabbro di
Cenerente sig. Maccheroni Socrate e sistemata dal muratore sig. Tondini
Arsenio di La Bruna. La settimana antecedente la festa, alcuni giovani
del paese, che poco dopo partirono tutti per la guerra in Africa e
Grecia, portarono a spalla i pezzi della croce per poi collocarla sullo
stesso punto in sostituzione di quella di legno ormai logora. Il sig.
Palloni Camillo racconta che, la sera prima della festa, vennero
collocati sulla croce i cosiddetti “lumini” (barattoli con dentro
stracci imbevuti con olio di macchine o con petrolio) che rimasero
accesi tutta la notte.
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L'oasi alpina
del prete albergatore
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"Se
vuol fermarsi qui per stanotte, posso alloggiarla con un certo comfort"
- mi diceva il parroco1 di Pieve2, su un viale di
ghiaia che muore dinanzi alla canonica.
Il sole era già
calato, nella tiepida serata di primo giugno, e già nera contro
l'estrema luminosità del cielo si profilava la grossa piramide di Monte
Acuto, mentre l'immensa gobba di Monte Tezio il monte di Perugia che si
erge tra la Valle del Tevere e la piana di Magione verso la quale
digradano i suoi contrafforti collinari - Scoloriva rapidamente
nell'azzurro cupissimo del vespro che avanzava a grandi passi dall'est.
Un
silenzio quasi claustrale - punteggiato da grida di bimbi in girotondo
sulla vicina aia colonica - circondava la chiesa, il campanile, la
rozza. croce eretta a ricordo di qualche missione, la casa del curato e
quella dei contadini. La notte scendeva sulla "Pieve", i pochi lumi
accesi in basso sulla piana sembravano tanto lontani, quasi
irraggiungibili. Quasi noi ci trovassimo fuori del mondo, come avviene
in qualche sogno misterioso.
Ero
capitato per caso quassù, nel pomeriggio, girovagando come ci succede
per questa Umbria tanto piccola e tanto sconosciuta. La strada del
Pantano, che porta ad Umbertide attraverso le colline del Tezio e la
sella di Montecorona, oltre Cenerente si snoda in curve e falsipiani. Un
bivio sulla destra, con una stradetta in salita verso il monte, aveva
attirato la mia curiosità. Marcia bassa e via, finché, tra pini ed
abeti, la strada muore sul biancheggiare di alcuni muri tra il fogliame.
Poche case e molte conifere: quota 500, paesaggio alpestre. Non lo si
sarebbe pensato, a due passi da Perugia. Eppure Pieve di Monte Tezio
è
qui col suo
volto da paesino montano, di quelli che si incontrano ad ogni pie'
sospinto sulle prealpi carniche.
Intorno, qua e là, pezzi di "scavo" (frammenti di lapidi, tronconi di
steli): così ho conosciuto il parroco, perché lui solo, mi hanno detto i
contadini, sa qualcosa di questa specie di museo all'aperto.
Ed il parroco (uno di quelli coi fiocchi) mi ha detto tutto sui "suoi"
cimeli, perché
è
stato lui a trovarli
là ove, probabilmente, deve essere stata la sede di una necropoli forse
etrusca: ed
è
stato lui ad
allinearli anche sull'ingresso della canonica, che ha tutto l'aspetto di
una di quelle piccole "hall" degli alberghetti o dei rifugi delle Alpi,
con i suoi tavoli e le sue panche di rozzi tronchi d'albero
opportunamente adattati. Un "rustico" accogliente e pieno di buon gusto.
Per
quanto bello, l'ingresso della canonica (che ha tra l'altro la sua brava
scaletta di legno che sparisce nel soffitto), mi era sembrato un po'
strano. Ma, dinanzi ad un bicchiere di quel vino frizzantino delle viti
che crescono quasi sulla roccia, e dinanzi ad una fetta di torta col
prosciutto, il discorso era caduto su altri argomenti.
E'
stato fuori, nel silenzio della notte incombente, guardando muti la
distesa buia della pianura, che l'idea dell'albergo di montagna prendeva
forma nella mia mente, alla memoria visiva di quella che a prima vista
avevo defInito una piccola "hall" di montagna.
"Se
vuol fermarsi qui, per stanotte, posso alloggiarla con un certo comfort:
venga a vedere". Rientrati al piano rialzato, il parroco mi ha mostrato
alcune camerette di semplicità monastica, ma dotate di tutto quello che
può occorrere al turista.
L'idea
è
venuta un anno o due
fa al buon pievano: la canonica è ampia, perché non attrezzarla per
brevi soggiorni di chiunque, artista, studioso, o semplice turista,
voglia venire qui a riposare, meditare od anche dormire, lontano dalla
città che tuttavia
è
a due passi? E poiché
il parroco
è
un uomo d'azione, fu
presto fatto.
Così,
spesso, "Pieve di Monte Tezio" vede giungere qualcuno che può vivere due
o tre o quattro giorni in solitudine, cibarsi alla campagnola, senza
temere per il suo bilancio, dato che il conto non va oltre i limiti del
conto delle vivande e della più ristretta percentuale per l'usura del
materiale.
Mi sono fermato. Il sonno quassù
è
veramente ristoratore,
come il coniglio arrosto che una matura e dignitosa Perpetua, obbediente
agli ordini, ti può girare allo spiedo. La stessa matura e dignitosa
Perpetua, obbediente agli ordini, mi ha svegliato all'ora richiesta. Il
disappunto per il brusco risveglio è svanito allo spettacolo del giorno
nascente che inondava di polvere argentea i tetti e le cime dei pini, e
dilagava sui vapori rugiadosi della pianura verde e marrone.
Occorreva che dicessi ai perugini che hanno un'oasi alpina a due passi
da Perugia e non lo sanno. E l'ho fatto prima di riprendere a malincuore
la china verso l'asfalto, i semafori ed il cemento armato.
1 Don
Artemio Testoni.
2 Pieve Petroia
Una ridente oasi
alpina sta
sorgendo vicino al
capoluogo
IL TEMPO
Cronaca di Perugia
4
giugno
1955
_______________________________________________
Documento tratto
da “LETTERE DALL’UMBRIA” di Tertulliano Marzani
corrispondente de IL TEMPO negli anni 1950-1966 a cura di Paolo Marzani
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Il Monte Tezio
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Il Monte Tezio
(961
m.),
fa
parte di una serie di rilievi calcarei disposti lungo l'asse Nord Ovest
-
Sud
Est
che
inizia dal Monte Acuto
(926
m.) e prosegue con il Monte Civitelle
(634
m.).
L'allineamento
rientra in quella serie di dorsali determinate da successioni di pieghe
alternate a bacini intermontani, tipiche
della storia geologica della regione umbra.
La zona del Tezio
appartiene interamente al bacino idrografico del fiume Tevere che scorre
alla
base del versante orientale dove troviamo, infatti, una serie di
torrenti con pendenza anche accentuata,
che si gettano
direttamente nel fiume.
Sul
lato occidentale le
acque dei
vari
rilievi confluiscono
nel
torrente Caina, il quale, proseguendo, raccoglie poi le acque dei monti
the contornano il lago
Trasimeno ad Est
- Nord
Est, la Caina si immette quindi nel fiume Nestore, affluente di destra
del
Tevere, nei pressi di Pieve Caina.
II Monte Tezio è
costituito geologicamente da rocce giurassiche e
cretacee, prevalentemente
calcaree, mentre
intorno le rocce sono
più
recenti, essendo
rappresentate principalmente da maane ed
arenarie. Le rocce giura-cretacee si sono originate da fanghi marini
formati dalla macerazione delle parti
lure degli organismi che popolavano il mare di allora, chiamato dai
geologi Tetide e deposti su fondali
non molti profondi in
epoca molto lontana da noi (da 180 a 70
milioni di
anni fa). Le rocce giuracretacee
dell'Appennino umbro-marchigiano sono di natura essenzialmente calcarea
con percentuali
variabili di argilla e di selce. Le rocce triassiche, che
affiorano in lembi limitati sul Monte Malbe, sono
invece calcaree o
gessose.
I
menzionati fanghi si sono sollevati per effetto del
corrugamento montuoso
appenninico e nel caso del Monte Tezio ha portato alla
situazione attuale tramite un complesso sistema
di faglie, che hanno
fatto spostare i vari pacchi di strati uno sull'altro, rilevati e
abbassati.
Recenti indagini sul territorio del monte Acuto e del monte Tezio hanno
rilevato una
interessante e cospicua serie di realtà insiediative, non
facilmente databili, con rinvenimenti di resti di
imponenti cinte
murarie poste in senso circolare attorno alle cime dei rilievi che
fanno
pensare a
fortificazioni
o anche santuari, secondo consuetudini frequenti in molte località
dell'Umbria preromana
Nell'area del Tezio si evidenziano situazioni
vegetazionali diverse, tipica quella del bosco misto a
prevalenza di querce (roverella,
cerro, leccio, castagno, ecc.) ed arbusti the preludono una ripresa
naturale del bosco,
dopo
l'abbandono recente da
parte dell'uomo dei terreni coltivati. Nei boschi misti si possono
raccogliere anche funghi di vari tipi, tartufi bianchi e neri ed
asparagi.
I
boschi
e le macchie svolgono l'importante ruolo di ambienti di rifugio,
nidificazione e
sostentamento degli animali selvatici. Nella zona si
trovano diverse specie di mammiferi (il cinghiale, la
volpe, il tasso, la
donnola, la faina, la lepre, l'istrice, lo scoiattolo, ecc.) per i quali
è
più facile
riconoscerne la
presenza dalle tracce, che riuscire ad osservarli direttamente. Sopra i
pascoli della
sommità del monte si possono ammirare i lunghi volteggi
della poiana, del falco e di altri uccelli rapaci
the scrutano il
terreno alla ricerca di piccole prede.
Gli
insediamenti
principali (Pantano, Maestrello,
Colle
Umberto
I°,
Compresso, Canneto e
Cenerente) si trovano alla base dei versanti e nelle zone di fondovalle
the circondano il monte, dove ormai le
attività umane industriali ed agricole hanno strappato il predominio dei
boschi, lasciandone qua e la strisce
di lembi. Sui colli e nei punti strategici, casolari, conventi e rocche
(Antognolla, Procoio,
Romitorio, Monte Nero e Santa Giuliana) hanno assistito silenziosi nel
corso dei secoli a tutte le
vicende e
trasformazioni del paesaggio.
Gian Mario Tibidò
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Le Neviere di Monte Tezio
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In un
avvallamento della superficie prativa
di
Monte Tezio, a quota 917 s.1.m., sono ubicati i resti di antiche neviere
che, da circa un secolo in completo abbandono, si presentano oggi allo
stato di rudere. Liberate dalla vegetazione spontanea dalla Associazione
Monti del Tezio nel 2001, sono state consolidate dalla Comunità Montana
nel 2005.
Genericamente le neviere erano grotte naturali o artificiali nelle quali
durante l'inverno veniva introdotta e costipata la neve che, protetta da
un cospicuo strato di paglia, si poteva utilizzare durante l'estate
quando ancora non esistevano i frigoriferi. Il ghiaccio, tagliato in
blocchi con un'ascia, veniva avvolto in sacchi di iuta e trasportato a
valle a dorso di mulo per essere utilizzato in ospedale o dai ceti più
abbienti.
Scarsi e vaghi
sono i ricordi tramandatici oralmente
dagli anziani riguardo alle neviere di Monte Tezio; molto carenti anche
le notizie storiche rinvenute fino ad oggi.
Una ricognizione presso l'Archivio di Stato di Perugia ha attestato
numerose richieste di appalto da parte di privati, volte ad esercitare
la vendita del ghiaccio, fin dall'anno 1669; il Comune di Perugia ne
fissava anche le modalità di vendita ed il prezzo. Le ultime notizie
certe rintracciate, relative al loro funzionamento, risalgono al 1864.
L'edificio, seminterrato, è da tempo privo di copertura, presenta una
pianta circolare del diametro interno di 12 metri ed è definito da una
muratura di pietrame dello spessore di 50 cm.. Quattro piloni addossati
alla parete stessa, sono ubicati alle estremità di due diametri
ortogonali; su di essi erano impostati due arconi intersecantisi in
chiave, sui quali era adagiata la struttura lignea sostenente un tetto
tradizionale costituito da pianelle, tegole e coppi.
Aldo Frittelli
Foto delle Neviere alla Galleria 8
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Il terrazzamento situato presso la La Parete
Bellucci sul Monte Tezio
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Il sito
è ubicato sul versante sud-ovest del monte,
alla quota di circa 900 metri s.l.m. e presenta una planimetria
pressoché fusiforme della lunghezza di circa 100 m. e una larghezza di
circa 40, con asse maggiore orientato nord-ovest sud-est; il lato
nord-est è limitato da un dirupo alto circa 10 m. che protegge l'area
del terrazzamento dai freddi venti settentrionali.
La denominazione "Parete Bellucci" deriva da una epigrafe ivi murata nei
primi decenni del Novecento a ricordo del paleontologo, etnografo e
rettore dell' Ateneo perugino vissuto a cavallo dei secoli XIX e XX.
Le peculiarità del luogo sono rappresentate da una modesta grotta
dall'andamento orizzontale, lunga alcuni metri, popolarmente detta
"Grotta del diavolo" e soprattutto da alcune vestigia situate in
prossimità del ciglio del pianoro, mai rilevate né studiate da alcuno.
Di tali ruderi, quello ubicato più a nord, definisce un ambiente a
pianta quadrangolare di circa m. 5,50 di lato, limitato su tre lati dai
resti di una muraglia a secco dello spessore di m. 1,70 realizzata con
lastroni lapidei non lavorati; il lato a monte invece è definito da
lastroni posti verticalmente. Il lato a valle di questa costruzione
continua in direzione sud-ovest per una lunghezza di circa 15 m. in
forma di rozzo muro di sostegno alto circa un metro.
Alla distanza di circa 12 m. da questo primo rudere emergono i resti di
tre muri, pressoché paralleli realizzati con pietre semilavorate; la
loro lunghezza si aggira intorno agli otto metri, la loro distanza è di
circa 4 m. e lo spessore circa cm. 90. Tra le rovine di essi emerge un
lastrone di cospicue dimensioni che presenta sullo spessore due
misteriose scanalature.
Un terzo manufatto dista dai muri suddetti 5-6 metri e si presenta come
una "vasca" interrata di forma rettangolare (dimensioni m. 3,50 x 2,70)
definita da masselli lapidei squadrati. L'interno di essa è parzialmente
occupato dalle sue stesse rovine, tra le quali si evidenzia un grosso
concio con una faccia sagomata in forma di guscio e inciso su un’altra
faccia da misteriosi rincassi quadrangolari.
All’esterno di questo
manufatto sono sparse numerose pietre ben lavorate, una delle quali
presenta scanalature analoghe a quelle intagliate sul monolite accennato
in precedenza.
Alcuni metri a
monte del rudere ora descritto, seminascosto dalla vegetazione, è
situato un breve tratto di muro in blocchi lapidei di accurata
esecuzione.
Tra la petraia che si estende per alcuni metri dal piede della Parete
Bellucci è situata infine una pietra di medie dimensioni che presenta su
una delle facce più grandi una misteriosa scanalatura intagliata a mò di
canaletta; l'incisione, dal profilo quasi semicircolare, larga circa l0
cm. e profonda circa 3, percorre la lastra per l'intera lunghezza.
Aldo Frittelli
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Il Bisciaro
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Secondo la tradizione
popolare, nel maniero venivano raccolti i bisci, cioè i figli di
padri ignoti e di madri conosciute, le quali, a loro volta venivano
racchiuse per il disonore in una vicina villa chiamata
Racchiusole. Forse esisteva una certa relazione tra Bisciaro,
Racchiusole ed il vicino Palazzo dell’Inquisitore, dove si trovava una
speciale magistratura.
Altri storici affermano
che il castello abbia preso il nome dal luogo particolarmente ricco di
bisce. (Pantano – bisce … ndr).
Con il nome di Solbicciaio
è riportato nella carta di Ignazio Danti autore delle piante
topografiche dello Stato della Chiesa e della città di Perugia
pubblicate nel 1580. Intorno alla metà del XVI secolo vi abitavano nove
famiglie. Appartenne al contado di Perugia e dipendeva dal quartiere di
Porta Sant’Angelo.
Estratto da "Castelli,
fortezze e rocche dell’Umbria" di Daniele Amoni Edizioni Quattroemme
Foto del Bisciaro alla Galleria 5
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Alcune curiosità da "PERUGIA DELLA BELL'EPOCA"
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Capitolo XV Anno 1864: Neve da monte Tezio
“Di tutto si occupa « La Gazzetta ». …omissis… Fa sapere che il conte
Oddi Baglioni su Monte Tezio ha delle buche per la neve e che accetta
prenotazioni da parte dei caffettieri. …omissis…
Capitolo XXVIII Anno 1877: Alpinismo
“Altri sport più strenui si praticarono a Perugia stessa: per esempio
l’alpinismo. Il 15 luglio una ventina di valorosi si radunarono in
piazza Grimana alle ore 2 del mattino « tutti in costume più o meno
alpino ». Giunse col treno della notte, finalmente il cavalier Corona,
grande alpinista, venuto a tenere una conferenza a Perugia. Si parte a
piedi che è ancora notte. Alle 4 si attacca la salita del Tezio. Si fa
colazione in cima e chi aveva portato il mandolino, accompagna i canti.
Alle 12,30 tutti sono di ritorno. Seduti nella Sala dei Notari insieme a
molto altro pubblico ascoltano il Cavaliere che per quasi due ore
disserta sulla « Storia dei Clubs Alpini ». Alle 6 gran pranzo
all’albergo Casali. Il Tezio come montagna non è gran che, ma da
Perugia, con ritorno, è una bella tirata per essere seguita da una
conferenza e un banchetto! Al Cavalier Corona lode e fama per aver
seminato da noi l’ansia delle altezze”
Capitolo XXX
Anno 1879: L’Esposizione Umbra a Perugia – Il Congresso Alpino
Finalmente una « Esposizione » a Perugia !
… omissis…
L’occasione fu il dodicesimo Congresso Alpino Italiano che gli alpinisti
dell’alta Italia decisero di tenere a Perugia alla fine di agosto allo
scopo di spargere nel paese l’amore per le montagne. Anche questa di un
congresso nazionale fu una novità che si svilupperà in vista
dell’equidistanza di Perugia dalle altre regioni.
… omissis…
L’orario della mostra era dalle 10 alle 16 – le ore più calde – ma le
lamentele lo fecero estendere di due ore nel pomeriggio. Dopo i primi
affollamenti parve vuotarsi, ma tornò animata quando giunsero a Perugia
con consorti più di 60 alpinisti a inaugurare il loro Congresso nel
teatro Pavone il 25 agosto. Aprì il Congresso il nostro Bellucci
appassionato escursionista e arrampicatore e l’inesauribile Alinda B. B.
recitò la poesia « Ai Monti! » appositamente commissionatale. Il
marchese Belcredi congressista di Parma non volle essere da meno.
Indirizzandosi a Perugia cantò:
« Bevo ai tuoi colli, ai tuoi fiumi d’argento
agli occhi dolci delle tue beltà
e come torna alle tue cime il vento
così l’anima mia ritornerà »
I congressisti più animosi si spinsero fino a Norcia per ascendere il
Vettore. Il marchese Roccagiovine ne portò altri sul monte Cucco nella
famosa grotta con corde e puleggie. I più sedentari si accontentarono
del Subasio o di una gita al Trasimeno e a Montegualandro per veder il
campo dove fummo suonati da Annibale.
…omissis…
Estratto da "Perugia
della bell'epoca" di Uguccione Ranieri di Sorbello, Edizioni
Volumnia, Perugia 1970.
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